Vita da imprenditore: nessun limite di orari, nessun piano ferie o malattie pagate, vita privata quasi zero e, soprattutto, all’inizio una remunerazione economica più bassa di quella dei propri dipendenti. Chi segue questa strada se non è pazzo, poco ci manca!

A questa drastica, ma abbastanza realistica descrizione, aggiungiamo anche qualche dato statistico sulla capacità di sopravvivenza delle nuove imprese:

in Italia 2 nuove aziende su 10 chiudono i battenti entro i primi 12 mesi di vita e 1 su 2 entro i 5 anni d’esercizio.  (fonte: Istat)

Inoltre, un imprenditore deve avere una conoscenza sufficiente di contabilità, di finanza, di diritto fiscale, commerciale e del lavoro, nonché essere pratico di strategie commerciali e di marketing. Deve saper parlare in pubblico, deve avere delle buone doti relazionali, essere lungimirante, paziente, altruista, eticamente corretto e diligente.

Per chiudere il cerchio, almeno per quanti scelgono come me di fare l’imprenditore in Italia, aggiungo: combattere ogni giorno con una burocrazia ai limiti del comico; avere un carico fiscale tra i più alti al mondo; utilizzare linee di credito che vogliono garanzie reali pari al doppio di quanto si chiede; essere supportati da un’innovazione tecnologica da parte dello stato che porta almeno 5 anni di ritardo rispetto ad altri paesi industrializzati. 

Ora, se volevi diventare un imprenditore e tutto quello che hai letto finora non ti ha spaventato o fatto cambiare idea, sei un pazzo come me e in questo articolo troverai una storia che spero ti dia ancora più forza per proseguire in questa direzione, magari con maggiore consapevolezza grazie a qualche consiglio da parte di chi ha fatto questa scelta 20 anni fa.

Se sei un imprenditore e ti sei riconosciuto nella mia descrizione, adesso hai la conferma che non sei solo nel “club dei folli e coraggiosi sognatori” 🙂 Continua la lettura, perché chi scrive è un tuo collega con una smisurata voglia di condividere le sue esperienze e cercare di migliorare la categoria degli imprenditori.

Se non sei un imprenditore e non hai nessuna intenzione di diventarlo, continua a leggere questo articolo perché è un’occasione per confrontarti con qualcosa di un mondo a te distante e trarne qualche spunto e consiglio da dare al tuo boss. 

Il giorno in cui la follia ha preso il sopravvento sulla mia sicurezza economica

Dopo il diploma in ragioneria, ho cercato subito lavoro nel campo che più mi appassionava, quello dell’informatica.

Iniziai a lavorare per una grande azienda di assistenza tecnica informatica con un contratto di prova di un mese, subito trasformato a tempo determinato per 12 mesi dal mio responsabile viste le mie capacità tecniche e organizzative.

Alla scadenza dei 12 mesi, venni contattato direttamente dal presidente della società, un uomo per cui provavo e provo una forte ammirazione e stima.

Mi offrì un contratto a tempo indeterminato più benefit che, per un ragazzo di 20 anni, significava sicurezza economica, soddisfazione personale, possibilità di pianificare il proprio futuro e, soprattutto, una vita serena.

Accettai senza neanche fargli finire di elencare tutti i vari benefit che mi stava proponendo: 5 giorni lavorativi a settimana, 42 giorni di ferie l’anno, i weekend sempre a casa, 13esima e 14esima, macchina e telefono aziendali, una sede distaccata da gestire insieme a un altro collega (lontano dai manager), bonus a raggiungimento di obiettivi semestrali, etc.

Improvvisamente, però, dopo pochissimi mesi dal quel meraviglioso traguardo, nella mia testa iniziò a sorgere una domanda che tuttora non so spiegare: “ma se il presidente dell’azienda per cui lavoro mi tratta così bene economicamente, quanto ci guadagna dal lavoro che svolgo per lui?”

BOOM! Il virus dell’imprenditore aveva iniziato a contagiare i miei pensieri e a condizionare il modo in cui osservavo le cose che mi circondavano. Ovunque mi giravo, vedevo opportunità di business!

Iniziai così a maturare l’idea del mettersi in proprio e dopo soli 6 mesi di PURA VIDA (espressione utilizzata in Costa Rica per definire lo status di “senza pensieri”) aprii la mia prima partita IVA.

Ero ufficialmente diventato un IMPRENDITORE!

Le mie esperienze imprenditoriali

Ho iniziato a svolgere le stesse mansioni di prima per la stessa azienda da cui mi ero licenziato, ma questa volta da freelance e con le entrate moltiplicate per 5. Più andavo avanti e più i progetti imprenditoriali che volevo realizzare diventavano concreti. 

Sono cresciuto, mi sono fatto un nome, fino a diventare un piccolo competitor dell’azienda che mi aveva formato. Coprivo con i miei servizi di assistenza tecnica 5 regioni e gestivo quasi 20 tecnici freelance.

Poi un bel giorno (in realtà era notte fonda, in una discoteca, con qualche bicchiere di troppo), un po’ per caso, un po’ per passione, mi sono avvicinato al mondo della comunicazione e del marketing grazie a un mio amico che mi aveva chiesto di aiutarlo a trovare dei professionisti del web per realizzare il suo sito internet.

Ho iniziato così a conoscere il fantastico mondo del web marketing e della comunicazione aziendale. Un amore a prima vista!

Ho fondato la mia agenzia di comunicazione creativa e web marketing (Mimai) insieme a due amici specializzati nella grafica e nel web design.

Da lì in poi, tanto studio, sperimentazione, molti successi e qualche caduta.

Questa è la storia del mio percorso imprenditoriale che mi ha portato ad essere un professionista specializzato in digital marketing che ha ancora tanta voglia di apprendere, di sperimentare, di costruire nuove relazioni e realizzare qualche nuovo progetto di business.

Come si viene contagiati dal virus dell’imprenditore?

Sono stato contagiato dalla mia ambizione, dalla voglia di essere “indipendente” (che poi non è così quando fai davvero l’imprenditore), dal desiderio di essere libero dai vincoli del lavoro dipendente e poter modificare il percorso professionale sulla base delle opportunità che il mercato di volta in volta mi offriva.

Ma, soprattutto, dalla volontà di dimostrare a tutti, e in primis a me stesso, che avevo la necessaria costanza, forza e capacità per trasformare una folle visione di business in un progetto concreto e redditizio.

Oggi, ancora di più che in quegli anni in cui internet non era così potente e le informazioni non erano così facili da reperire, chiunque può diventare imprenditore e avviare la propria impresa rapidamente e senza grandi difficoltà.

D’altronde è semplice effettuare un’analisi preventiva dei rischi e delle opportunità del mercato, come è altrettanto facile trovare collaboratori e partner pronti a sostenere una valida idea.

La domanda da farsi, quindi, non è come si diventa imprenditori, ma come nasce l’idea di fare l’imprenditore?

A seguito di numerosi studi effettuati sulle aziende si è riusciti a individuare 5 tipologie di imprenditori:

  1. Imprenditori utilizzatori
  2. Imprenditori accidentali
  3. Imprenditori innovatori
  4. Imprenditori da secondo lavoro (moonlighting)
  5. Imprenditori per scelta or “take a break”

Imprenditori utilizzatori

Rientrano in questa categoria tutte le persone che hanno deciso di creare un prodotto o un servizio perché sono dei loro utilizzatori frequenti e non sono pienamente soddisfatti dell’attuale offerta del mercato.

Infatti, tra i principali motivi della creazione di una loro impresa, troviamo:

  • bassa qualità di ciò che è già presente sul mercato (maggiore valore oggettivo);
  • scarsa efficienza di ciò che è già sul mercato (miglioramento);
  • scoperta sul campo o colpo di genio (invenzione);
  • combinazione di più prodotti o servizi già esistenti (ottimizzazione).

Alcuni esempi:

  • un ciclista professionista che crea un proprio modello di bicicletta basato sulla sua esperienza professionale;
  • uno chef che brevetta un particolare strumento di cottura;
  • un consulente di marketing che sviluppa un nuovo tool che ottimizza i tempi di lavoro;
  • un negozio online che crea una nuova piattaforma e-commerce più facile e veloce delle attuali;
  • un operaio metalmeccanico con la passione per le corse sportive che progetta un’automobile dalle prestazioni eccezionali e tra le più costose al mondo (Horacio Pagani).

Imprenditori accidentali

Sono quelli che “non avrei mai pensato di fare l’imprenditore”.

Questo particolare gruppo è rappresentato da persone che per caso si sono trovate a fare l’imprenditore, che non erano partite con una idea di business definita e che spesso devono il loro successo al passaparola e alla loro oggettiva bravura.

Ad esempio, lo smanettone di computer a cui amici e parenti si rivolgono per i vari problemi dei loro dispositivi o per qualche consiglio, che comprende che da quella attività può ricavarne un guadagno e creare un business (Aranzulla).

Come avrai capito, in questo gruppo di imprenditori ci sono anche io.

Imprenditori innovatori

Sono le persone che cambiano la storia, quelle che risolvono i problemi delle masse e che facilitano il progresso. Spesso le loro idee sono tecnologicamente molto avanzate e le loro menti fuori dagli standard.

Per questo genere di progetti imprenditoriali è necessario un talento fuori dall’ordinario, ma anche la collaborazione di enti, istituzioni e partner altrettanto bravi e affidabili e, spesso, una grande disponibilità di capitali.

In questo gruppo di imprenditori rientrano nomi come Steve Jobs, Elon Musk, Larry Page, Sergey Brin, Mark Zuckerberg, etc.

Imprenditori da secondo lavoro (moonlighting)

Sono persone che si sentono strette nello svolgere il ruolo del dipendente, che comprendono le potenzialità della loro idea di business, ma allo stesso tempo sono estremamente razionali e diligenti. 

Non vogliono rischiare la loro stabilità finché non ottengono le certezze necessarie dal mercato sulla validità del loro progetto di business.

Ecco perché portano avanti i loro progetti imprenditoriali fuori dagli orari lavorativi, costringendosi a ritmi frenetici e a volte massacranti, finché questa seconda attività non diventa abbastanza remunerativa da permettergli di lasciare il lavoro da dipendente.

Qualche esempio famoso? Partiamo da Ryan Hoover, fondatore di Product Hunt.

Ha realizzato la sua startup mentre lavorava per PlayHaven. Product Hunt è stata recentemente acquisita per oltre 20 milioni di dollari. In questo caso non si tratta al cento percento di un caso di moonlighting in quanto Ryan aveva chiesto una riduzione di orario lavorativo per lavorare sui suoi progetti imprenditoriali, mentre un reale moonlighting non cambia nulla del suo lavoro mentre porta avanti le sue idee di business, ma possiamo fare un’eccezione. 🙂

Passiamo a Sara Blakely, imprenditrice miliardaria americana, fondatrice del fashion brand Spanx. Ha lavorato su questo progetto due anni mentre era dipendente di un’azienda che produceva calzini. Spanx attualmente ha un utile di oltre un miliardo di dollari l’anno.

Imprenditori per scelta or “take a break”

È la categoria che preferisco, ammiro e invidio di più.

Rientrano in questa categoria quelle persone che si prendono una pausa dal mondo del lavoro per riflettere su quale idea imprenditoriale possono realizzare. Sono quelle che scelgono di fare l’imprenditore, ancor prima di avere una chiara soluzione di business.

Il loro unico obiettivo è quello di scovare un problema non ancora risolto e trovare una soluzione. Non hanno paura di fallire, non temono la mancanza di stabilità economica e sono pronti a rischiare tutto pur di seguire il loro sogno di diventare imprenditori.

Due esempi famosi, oltre che due antagonisti: Jack Ma e Jeff Bezos.

Il primo, Jack Ma, nato da una famiglia umile, ha approfittato fin da piccolo di ogni genere di opportunità per diventare imprenditore e trovare un terreno fertile. A 12 anni ha iniziato a fare la guida turistica agli americani che visitavano la sua cittadina, per imparare l’inglese e perché sapeva che questo gli avrebbe dato un vantaggio competitivo in Cina.

Prima di ottenere la laurea è stato respinto due volte dall’ammissione all’Università. Una volta laureato, ha inviato numerosi CV per fare esperienza con aziende inglesi o americane, ma nessuna azienda gli rispose. Addirittura, quando KFC ha aperto nel suo paese, al colloquio di assunzione c’erano 24 persone. Ne hanno assunti 23 e lui non era tra questi.

Si è fatto prestare un po’ di soldi e ha fondato la prima società di traduzioni, gli va male, ma allo stesso tempo gli ha permesso di vedere l’America e di scoprire la potenza di Internet. Questo gli ha cambiato la vita.

Tornato in Cina, si è preso del tempo per sé stesso e per studiare il mercato online pur non essendo un informatico o programmatore. Ha fondato la prima società, China Pages, ed è fallita anche questa.

Ha continato le sue ricerche finché non ha trovato il suo oceano blu, un grande supermercato online di produttori cinesi e acquirenti stranieri. Grazie al contributo iniziale di alcuni amici, è riuscito a fondare Alibaba, l’e-commerce più grande del mondo con oltre 150 miliardi di dollari di valore sul mercato.

Jeff Bezos non ha avuto una vita così travagliata come il suo collega, ma, leggendo la sua storia, non può non sorprendere il fatto che lasciò un lavoro ben pagato in una società dell’alta finanza di New York per fondare, nel garage di casa, un e-commerce di nome cadabra.com oggi conosciuto come amazon.com.

In questa categoria l’istinto di imprenditore prevale su ogni genere di barriera mentale, culturale ed economica, sulla stabilità e sulla sicurezza finanziaria. Per me loro sono all’apice della categoria degli imprenditori.

La prima sfida di un imprenditore è convincere le persone

Sia che tu stia fondando una ditta individuale o un’azienda internazionale, le difficoltà che dovrai affrontare all’inizio saranno le stesse: convincere le persone che ti circondano a seguire la tua visione.

Costruire un team con in mano solo delle ipotesi da convalidare rimane la sfida più grande per un imprenditore.

Che si tratti di un partner, un dipendente, un fornitore o il proprietario dell’ufficio, quando si inizia un nuovo business l’unica cosa che abbiamo da offrire a nostra garanzia è la nostra visione (anche chiamata ipotesi fiduciaria) che Eric Ries nel suo libro Lean Startup scompone in due parti: ipotesi sul valore e ipotesi di crescita.

Ipotesi sul valore

Il prodotto o servizio che intendiamo realizzare è realmente necessario al mercato e quanto valore offre ai clienti che lo acquisteranno e utilizzeranno?

La risposta a queste due domande formula l’ipotesi sul valore che di solito prende la forma di una analogia.

Ad esempio: 

Il prodotto X, leader del mercato Y, è privo della funzione Z. Noi abbiamo trovato il modo di aggiungere questa nuova funzionalità e lanciare il nostro prodotto W nel mercato.

In questo caso abbiamo entrambe le risposte: il prodotto W è necessario al mercato Y in quanto è dotato della funzionalità Z attualmente non offerta dal prodotto X leader del mercato. Questo produrrà un alto valore nei consumatori del prodotto W grazie alla funzionalità Z.

Chi come me lavora nel mondo delle startup più di una volta è incappato in queste argomentazioni da parte di giovani imprenditori che esordiscono con: “Hai presente Facebook? Ecco io sto sviluppando una piattaforma simile che però ha questa o quella funzionalità in più”. 

Le analogie funzionano se hanno una base consistente di fattibilità, verità e concretezza.

Nell’esempio di sopra (analogia con Facebook) l’ipotesi sul valore è molto debole in quanto sappiamo già che la strada da percorrere sarà difficilissima per questa nuova azienda; d’altronde quando sfidi un colosso come Facebook non puoi partire favorito.

Ma debole non significa inesistente o priva di forza. Ecco perché, oltre che l’ipotesi sul valore è necessario formulare anche un’ipotesi di crescita.

Ipotesi di crescita

L’ipotesi di crescita descrive il modo con cui si intende acquisire fette di mercato dai primi “adottatori precoci” (early adopter) al pubblico di massa.

A differenza dell’ipotesi sul valore, qui c’è da definire una strategia.

Per farlo si può ricorrere al classico metodo delle 5 domande.

  1. Come scopriranno l’esistenza del prodotto gli early adopter?
  2. Perché dovrebbero acquistarlo?
  3. Cosa li spingerà a parlare del prodotto alla massa?
  4. Quando arriverà il prodotto al pubblico di massa?
  5. Quanto è grande il mercato a disposizione?

La combinazione di queste cinque risposte rappresenterà, oltre che l’ipotesi di crescita, anche il primo piano di marketing del prodotto da cui partire per validare la visione sul mercato.

La seconda sfida dell’imprenditore: avviare il processo di validazione

Il secondo passo di un imprenditore è quello di validare la sua visione e comprendere se le sue ipotesi, soprattutto quelle sul valore, hanno concretezza.

Un processo di validazione 20 anni fa costava un mucchio di soldi, di tempo e di lavoro. Oggi, grazie alla digitalizzazione e a Internet, validare un’idea di business è abbastanza “veloce ed economico” (le virgolette sono d’obbligo in questo caso).

Tutto il processo di validazione si può racchiudere in 5 fasi:

  1. Ascoltare
  2. Individuare
  3. Proporre
  4. Misurare
  5. Scegliere

Ascoltare

Innanzitutto, occorre capire il più velocemente possibile chi sono i nostri early adopter e, nel caso di prodotti digitali o servizi, quale funzionalità minima li può convincere a provare e acquistare il nostro prodotto.

Come possiamo fare? Ascoltando i potenziali clienti tramite sondaggi e questionari. Effettuando ricerche di mercato, una approfondita analisi dei competitor e dei vari scenari ambientali/economici/politici/sociali in cui il nostro prodotto si andrà a inserire.

Individuare

Dopo aver ascoltato la voce dei potenziali consumatori è il momento di individuare le funzionalità o le caratteristiche che il nostro prodotto deve avere per poter stimolare la loro curiosità e spingerli a provare/acquistare il nostro prodotto.

Come si fa? Compilare un bel lean canvas (se non sai cos’è alla fine dell’articolo trovi una nota a riguardo) è una delle soluzioni che ritengo più idonee per affrontare la progettazione di un MVP (minimum value product).

Un MVP non è altro che una versione “leggera” del prodotto che abbiamo in mente di realizzare una volta superata la fase di validazione dell’idea di business. 

L’esempio che preferisco utilizzare quando spiego nei miei corsi l’MVP è quello della Nike. 

Ti aspettavi un esempio digitale? E invece no, perché il mondo moderno e questo processo di validazione non sono fatti solo di prodotti digitali.

Il mitico Phil Knight, contabile a Portland, prima di mollare il lavoro e buttarsi al 101% sul progetto Nike, si è girato tutta la costa nordoccidentale con la sua Plymouth Valiant vendendo scarpe di importazione Giapponese (prodotto “leggero”) sotto il brand Blue Ribbon Sports.

In questo caso, Knight (classico esempio di imprenditore
moonlighting) non ha dovuto investire ingenti somme di denaro per realizzare un prototipo della sua visione del prodotto. Né si è messo a cercare distributori, rappresentati o negozi che avrebbero venduto i suoi prodotti.

Lui ha semplicemente validato la sua idea di business nel migliore dei modi al miglior costo.

Ora, se lui ci è riuscito nel 1964 con un prodotto fisico, non credi che oggi abbiamo qualche opportunità in più per evitare di sprecare soldi e risorse per validare la nostra visione?

Proporre

Sappiamo cosa vogliono gli early adopter, abbiamo realizzato un MVP, ora non resta che proporlo al mercato. 

Scegliere il canale di distribuzione e di marketing giusto non è una cosa semplice. Occorre sperimentare, provare diverse combinazioni finché non riusciamo a individuare quella preferita dai nostri clienti.

Non c’è una formula magica per questa fase del processo, ci vuole pazienza, perseveranza, costanza e un pizzico di think out of the box.

Il mio consiglio è quello di mettere da parte ogni opinione e gusto personale e affidarsi esclusivamente ai dati e ai segnali che vengono dal mercato.

E se proprio non si sa da dove partire, guardare cosa fa il competitor più diretto e replicare la sua strategia è un quasi sempre un buon inizio.

Misurare

Una volta individuato il canale giusto si iniziano a ricevere i primi dati, i primi feedback e le prime risposte.

Questa fase è la più importante di tutte.

Più il numero e la qualità dei dati che si raccolgono saranno alti e più riusciremo a compiere le scelte giuste nella fase successiva.

Anche qui un piccolo consiglio: non c’è niente di più catastrofico che lasciarsi gongolare dalle metriche cosiddette vanitose perché sono come le sirene, ci ammaliano e rapiscono la nostra attenzione portandoci dritti a distruggere la nostra nave contro gli scogli.

Le metriche vanitose sono tutti quei dati che non hanno un rapporto diretto di causa e conseguenza con l’andamento economico e finanziario dell’azienda.

Scegliere

È la fase forse più critica di tutto il processo. Qui l’imprenditore deve effettuare una scelta che può rappresentare lo stallo o il successo del suo prodotto.

La domanda a cui dovrà trovare una risposta è:

“Siamo pronti a scalare il mercato oppure occorre continuare il processo di validazione?”

Se le fasi precedenti sono state effettuate con diligenza, se l’intero processo ha arricchito la conoscenza del mercato e dei suoi consumatori, se l’intero team ha effettuato correttamente i cicli di feedback (apprendimento convalidato) durante la realizzazione del MVP e la sua ottimizzazione, allora si avranno in mano tutte le carte per poter prendere una decisione.

Altrimenti conviene continuare a sperimentare, a misurare e a modificare l’MVP finché non si otterranno questi dati.

La terza sfida dell’imprenditore: mantenere alto il morale del team!

Come ho scritto all’inizio, una delle caratteristiche necessarie dell’imprenditore è quella di avere ottime capacità relazionali.

Il processo di validazione è una vera e propria odissea come quella di Ulisse, piena di pericoli e ostacoli, di brevi momenti di gioia e parecchi di sconforto. Sta al capitano in comando tenere alto il morale di tutto l’equipaggio affinché tutti i componenti del team continuino a mettere ogni loro risorsa nelle attività e portare a termine il viaggio con successo.

Come si mantiene alto il morale?

Io uso l’apprendimento come fonte di positività. Se ogni fallimento viene studiato e analizzato in tutte le sue sfaccettature, ci si accorge che si può apprendere tanto e imparare come non fare equivale a fare un passo in più verso come farlo bene.

Questo approccio all’inizio può sembrare macchinoso, noioso e a volte anche superfluo, ma quando viene applicato con la giusta diligenza e motivazione, ha una forza incredibile sull’umore del team e sulla velocità di crescita dell’azienda.

Come disse Edison “Io non ho fallito 5.000 esperimenti. Ho avuto successo 5.000 volte, gli insuccessi mi hanno insegnato che quei materiali non funzionavano.”

L’importanza degli imprenditori coraggiosi nell’economia globale

Al mondo servono imprenditori coraggiosi!

Dalle loro menti dipende il progresso della nostra civiltà e l’intera economia mondiale.

Basta immaginare come sarebbe diversa la nostra vita oggi se uno tra questi avesse rinunciato alla propria visione come i fratelli Wright, Edison, Martin Cooper, Wales e Sanger, Wozniak e Steve Jobs, Larry Page e Sergej Brin, Zuckemberg, Elon Musk, Bezos e tanti altri ancora.

Dal punto di vista del progresso, tutti questi imprenditori hanno segnato e modificato il percorso della nostra evoluzione, consegnandoci il mondo attuale.

Se però ragioniamo più in piccolo, ogni imprenditore con la sua visione fa la sua parte nell’economia mondiale.

D’altronde siamo tutti collegati e la storia ci conferma come la chiusura di una grande azienda negli Stati Uniti provoca una crisi anche qui in Europa o quella di una fabbrica in una qualunque città Italiana provoca dei danni considerevoli al tessuto economico dell’intera regione se non nazione.

C’è una bellissima legge economica che spiega il perché di tutto ciò e, pensa un po’, è stata scritta nel 1803 da un economista francese: Jean-Baptiste Say.

“Vale la pena osservare che un prodotto dalla sua nascita offre un mercato per altri prodotti nella misura massima del suo valore.

Quando un imprenditore ha completato il suo prodotto, è ansioso di venderlo immediatamente, per timore che il suo valore diminuisca nelle sue mani.

È ugualmente ansioso di conservare a lungo i soldi ottenuti dalla vendita poiché anche il valore del denaro è deperibile.

Ma l’unico modo che ha per sbarazzarsi dei soldi è l’acquisto di qualche prodotto o altro.

Quindi la semplice circostanza di creazione di un prodotto apre immediatamente un mercato ad altri prodotti.” (rif. Wikipedia)

È così che mi piace affrontare ogni nuova sfida, pensare che il mio successo, o quello dei miei clienti imprenditori, contribuisce a far girare gli ingranaggi di un sistema ben più grande a cui siamo tutti legati e da cui dipende l’evoluzione della nostra civiltà.

Quindi si, il mondo ha bisogno di pazzi che scelgono di fare l’imprenditore.

© Mirko Maiorano

Note

Libri di approfondimento

  1. Il metodo Lean Startup: innovazione senza sprechi per nuovi business di successo di Eric Ries
  2. Contagioso: perché un’idea e un prodotto si diffondo e hanno successo di Jonah Berger
  3. The Lean Analytics di Alistair Croll e Benjamin Yoskovitz
  4. Rework: manifesto del nuovo imprenditore minimalista. Come avere successo con poche risorse di Jason Fried e David Heinemeier Hansson

Risorse utili

  1. Lean Canvas Toolkit
  2. MVP Toolkit
  3. Corso gratuito Entrepreneurship: Do Your Venture

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