Ebbene sì, i soldi non hanno un valore. In fondo sono fogli di carta filigranata e stampata.

Se domani tutto il mondo decidesse di sostituire i soldi con delle matite, gli scambi commerciali e la nostra vita continuerebbe ugualmente.

Ok, forse avremmo bisogno di sostituire il nostro portafoglio con un astuccio, ma il senso rimane identico.

La moneta, che sia virtuale o reale, rappresenta un oggetto a cui riusciamo ad assegnare un valore numerico solo grazie alla quantità e qualità di scambi che ci permette di effettuare.

Le monete, o più in generale i soldi, sono solo un’unità di misura del valore di ciò che acquistiamo.

Ma, senza questa unità di misura, il nostro tempo, il nostro lavoro, la nostra capacità di effettuare scambi, di acquistare beni e servizi, diventerebbe complessa, se non impossibile.

Quindi i soldi non hanno valore finché non diventano utili a misurare qualcos’altro.

“La moneta, in quanto moneta e non in quanto merce, è voluta non per il suo valore intrinseco, ma per le cose che consente di acquistare.”

Paul Anthony Samuelson

Prendiamo il nostro tempo. È possibile misurarne il valore in moneta?

Sicuramente sì, se il tempo è la nostra merce di scambio.

E quanto vale? Siamo noi a stabilire questo valore? O sono gli acquirenti? E come?

Tramite un’altra unità di misura, il valore di scambio.

Facciamo un esempio concreto.

Perché un’ora di lavoro di un cardiochirurgo vale di più di un’ora di un giostraio?

Per rispondere a questa domanda, occorre analizzare a fondo la natura del problema che il loro lavoro risolve.

Il cardiochirurgo salva delle vite, il giostraio ci fa svagare.

Noi, in quanto esseri umani, per natura diamo più valore alla nostra vita rispetto all’intrattenimento, ecco perché accettiamo di pagare una cifra X per un’ora di visita medica e decisamente molto meno per un’ora di svago sulle giostre.

Quindi, la vera unità di misura per stabilire il valore delle cose, non è la moneta, ma l’importanza soggettiva o collettiva che diamo alle soluzioni che desideriamo acquistare per risolvere i nostri problemi.

Più il problema è grave, più la soluzione che ci viene proposta la riteniamo valida e maggiore sarà il valore in moneta che accetteremo di pagare.

Partendo da questo e tornando al titolo dell’articolo, se è vero che i soldi non hanno valore, le cose che attraverso il loro scambio possiamo acquistare, invece, ne hanno e come!

Facciamo un altro esempio in cui nello scambio non c’è moneta.

Quanto siamo disposti a pagare per un’ora su Facebook?

Cosa dici? Facebook è gratis?

Assolutamente no! Come tutte le prestazioni di servizio o la fornitura di beni materiali e immateriali, l’utilizzo di Facebook non è affatto gratuito per gli utenti.

Mi spiego meglio. Facebook è una piattaforma UGC (User Generator Content), in cui ogni giorno vengono pubblicati circa 5 miliardi di contenuti da utenti come me e te.

Questi permettono di intrattenere giornalmente circa 1,5 miliardi di utenti.

Il servizio di intrattenimento che ne deriva, fatto dagli utenti a favore di altri utenti, frutta a Facebook poco più di 32 milioni di euro al giorno, attraverso la vendita di spazi pubblicitari inseriti tra i vari contenuti prodotti dagli utenti.

Fin qui tutto chiaro e forse starai pensando “si, ma io non pago per usufruire di questo intrattenimento”.

E invece no, stai pagando, ma con una moneta non convenzionale.

Ti spiego come. Più contenuti pubblichiamo su Facebook e più offriamo una soddisfacente soluzione agli utenti per il loro problema della noia o di voler conoscere nuove persone.

Più saranno accontentati e più tempo passeranno sulla piattaforma.

Più tempo sulla piattaforma significa più pubblicità visualizzata.

Più pubblicità, più profitto da parte di Facebook.

In poche parole, più intratteniamo noi stessi, più Facebook incassa.

Il nostro costo, quello che paghiamo, per usufruire del servizio di Facebook, è il tempo che ci viene sottratto al nostro stesso intrattenimento – visualizzare post e contenuti degli utenti – dalla pubblicità.

La quantità di pubblicità che ci viene mostrata – espressa in termini di tempo – durante la nostra permanenza sulla piattaforma è, quindi, la moneta con cui paghiamo l’intrattenimento ricevuto.

Se questa dovesse aumentare, a tal punto da farci pensare che “non ne vale più la pena” rispetto alla intrattenimento ricevuto, sostituiremmo questo servizio con una soluzione alternativa che ci permetta di risolvere il nostro problema.

Idem, se i contenuti proposti dagli utenti diventassero noiosi e ripetitivi.

[PARENTESI DI MARKETING]
Questo ragionamento dà il là ad un altro di natura di marketing.

Infatti, se come aziende siamo degli utenti passivi – pubblichiamo poco e male – o i nostri contenuti non intrattengono abbastanza gli utenti su Facebook, la stessa, in qualità di società che ha l’obiettivo di generare un profitto, giustamente limiterà la visibilità e la portata dei nostri contenuti a favore di quelli degli utenti più attivi o più bravi di noi.

In fondo, lo scopo di Facebook è quello di mostrare contenuti capaci di azionare il meccanismo dell’intrattenimento che abbiamo visto prima e così produrre valore in termini economici.

Comprendere effettivamente come gli utenti pagano per usufruire dei servizi di Facebook, ti permette di migliorare l’approccio strategico e tattico delle tue attività di marketing all’interno della piattaforma.
[FINE PARENTESI DI MARKETING]

Torniamo sul discorso iniziale con un altro esempio.

Perché siamo disposti a pagare X per una buona pizza margherita, anche se sappiamo che il suo costo di produzione è decisamente più basso del prezzo a cui noi l’acquistiamo, mentre se ci chiedono di donare la stessa somma a scopo benefico, il nostro approccio cambia radicalmente?

Semplicemente perché la beneficenza non la reputiamo abbastanza valida come soluzione, per il problema di voler dare il nostro contributo nel risolvere i problemi sociali.

Quindi, il valore che gli assegniamo è più basso rispetto a quello di soddisfare un nostro bisogno, mangiando una buona pizza.

Può sembrare cinico questo esempio, lo so. Ma è così, purtroppo.

E a dimostrazione di quanto ho detto, basti pensare al quando, come e chi ci chiede una donazione.

Per il terremoto dell’Aquila, molti, anzi moltissimi, hanno donato soldi, perché hanno percepito quel problema da risolvere come grave e importante.

L’aver visto con i propri occhi la reale situazione, li ha resi più consapevoli.

E la soluzione della donazione l’hanno percepita perfetta per risolvere il problema scaturito in loro: volersi sentire d’aiuto.

Idem per i vari spot dell’Unicef, dove ci vengono mostrati quei poveri bambini affamati e disidratati. La maggiore consapevolezza aumenta l’importanza che diamo al problema del “voler contribuire” e, quindi, del valore della soluzione proposta.

Mentre, se passa un senzatetto e ci chiede un aiuto economico, spesso rispondiamo di no.

Cosa c’è di diverso? Conosciamo la sua storia? Conosciamo la sua reale situazione di vita? Conosciamo il problema?

No. E tutto questo non ci permette di far nascere o crescere dentro di noi il problema del “voler aiutare” oppure non ce lo fa percepire così grave.

Ecco perché valutiamo la soluzione che ci propone come di poco valore e non siamo disposti ad accettare lo scambio.

Quindi, non si tratta di indifferenza, ma soltanto di valutazioni soggettive e oggettive differenti.

Ogni volta che dobbiamo fare qualcosa per qualcuno, ma anche per noi stessi, vuoi o non vuoi, la nostra mente cerca di riportare il tutto a uno scambio di cui ne valuta l’importanza e utilità.

Sia che esso sia misurabile attraverso l’unità di misura dei soldi, sia che non sia oggettivamente misurabile.

Walkie-cup dell’articolo

In tutti questi esempi, abbiamo visto che il valore non risiede nella moneta che utilizziamo per acquistare delle soluzioni ai nostri problemi, ma nella soluzione stessa.

I soldi sono solo una convenzione universale, un modo per facilitare gli scambi e stimare, attraverso un’unità di misura, il valore degli stessi.

Quindi, quando pensi al prezzo del tuo prodotto o alla tariffa oraria del tuo servizio, parti sempre dal comprendere il valore percepito dai tuoi potenziali clienti, in base all’importanza e la gravità soggettiva e oggettiva del problema che esso andrà a risolvere.

Questo è il vero motivo per cui un iPhone costerà sempre di più di uno smartphone concorrente, a parità di tecnologia.

Il prodotto della “mela morsicata” non risolve solo il problema per cui esistono gli smartphone, ma anche quello del voler apparire, differenziarsi nella società mostrando un oggetto con un forte carattere di design riconoscibile dalla massa, un prodotto dell’élite.

Più problemi risolve il tuo prodotto in maniera efficace e maggiore sarà il valore che i tuoi potenziali clienti gli assegneranno.

© Mirko Maiorano

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