La decima puntata della mia rubrica di interviste a vari professionisti e imprenditori italiani – che ritengo degni di nota – è con Gerardo Forliano: imprenditore digitale, customer experience e growth strategist, divulgatore della metodologia Growth Hacking, nonché ideatore e fondatore di Italia’s Growth Talent!

Dopo l’intervista a Matteo Aliotta ho scelto di continuare con i Growth Hacker italiani, intervistando Gerardo Forliano.

L’ho conosciuto qualche anno fa a Milano. Mi sono bastati 15 minuti e un buon caffè per entrare in sintonia con lui.

Trovo che Gerardo sia una persona e un professionista super pragmatico, consapevole del suo valore, dei suoi obiettivi e della strada che sta percorrendo.

Se ha un idea in testa stai certo che troverà il modo per farla funzionare nel migliore dei modi, lavorando a testa bassa e sfruttando le sue esperienze e competenze.

Ecco perché l’ho scelto per la mia rubrica!

L’intervista a Gerardo Forliano

Mirko: “Quale ritieni sia il tuo principale punto di forza professionale, la qualità che ti distingue sul mercato?

Gerardo: “La versatilità e la capacità di poter spaziare tra strategia e operatività.

In altri termini, l’essere in grado di progettare funnel e customer journey potendo mettere le mani in pasta, e cioè usando i vari tool utili per scopi specifici o smanettando con il codice per sistemare layout css e funzionalità varie, per poi passare al definire gli aspetti estetici e di branding, fino alla gestione globale del progetto e del team operativo.

Infine, l’organizzazione: saper formare rapidamente una visione d’insieme per poi suddividere un progetto complesso in tante aree e sotto-aree per poter infine ricavare delle micro-task facilmente gestibili. In gergo tecnico, precisamente quello dei project manager, si parlerebbe di WBS (Work Breakdown Structure).”

Mirko: “Cosa o chi ha contribuito in modo significativo al tuo percorso professionale?

Gerardo: “L’università, anche se in modo diverso rispetto allo sbocco più naturale, e la Juventus 🙂

Mi spiego, ho una laurea in Ingegneria Informatica, specializzazione in mobile development (sono passato per tutte le piattaforme, dalla tesi triennale e vari progetti in Android ai suoi albori, per poi testare Windows Phone e infine approfondire definitivamente il mondo iOS su cui sono rimasto nei primi anni lavorativi).

Il percorso universitario, e a questo punto forse dovrei menzionare anche quello liceale (avendo studiato in un liceo Scientifico Sperimentale, dove l’informatica è stata una materia principale per tutti i 5 anni) è stato fondamentale dal punto di vista del know-how tecnico e per formare le mie skill di designer e manager.

Ora immagino ti starai chiedendo perché ho citato la Juventus?! La passione per il calcio e nello specifico per una squadra mi ha portato per diletto nel creare un blog anni fa e da lì mi si è aperto il mondo di WordPress e poi del marketing digitale, e così ho iniziato da autodidatta a informarmi e approfondire tutte le tematiche su come in primis creare valore per le persone per poi portare traffico in-target, convertirlo e monetizzare da esso.

Chiaramente tutte le altre esperienze lavorative, gli studi e le letture di libri di vario genere hanno fatto il resto.

Ho studiato tanto e continuo a studiare moltissimo, questo sicuramente ha fatto la differenza, ma soprattutto ho applicato sempre ogni cosa, che poi è quello che consiglio sempre.

Ho investito soldi e tempo su progetti per provare sul campo ogni cosa che ho studiato, d’altronde senza fare un continuo “learning by doing” non puoi davvero imparare questo mestiere.”

Mirko: “Se oggi dovessi ripartire da zero, quale sarebbe la prima cosa che faresti?

Gerardo: “Definirei innanzitutto in cosa credo di essere molto bravo a fare e quindi elencherei le mie competenze e passioni principali, cercando di mettere in evidenza l’area in cui si sovrappongo i due insiemi.

Da lì cercherei di comprendere in quali settori ci sono delle aree scoperte e bisogni che potrebbero essere soddisfatti grazie alle mie capacità

Poi comincerei a creare contenuti utili per il mio target per dare valore in primis e mostrare le mie competenze

Se per qualche motivo non dovessi trovare facilmente dei clienti su cui poter applicare le mie conoscenze e capacità, individuerei alcuni progetti a cui propormi inizialmente a titolo gratuito per poter mettere in moto la “macchina” per poi convertirli definitivamente in clienti e quindi con un compenso proporzionato al valore che riesco a generare.

In parallelo all’attività consulenziale, inizierei ad ampliare il mio raggio d’azione con una serie di progetti personali, considerando la possibilità di prendere dei collaboratori e delegare le attività che mi piacciono meno o dove sono meno ferrato.”

Mirko: “Se potessi tornare indietro nel tempo, cosa cambieresti del tuo percorso professionale?

Gerardo: “Lascerei l’Università subito dopo la laurea triennale per poter iniziare a fare esperienza sul campo e magari lavorando in qualche startup dove si impara per necessità a fare un po’ tutto, specialmente se early-stage, e soprattutto ci si responsabilizza notevolmente, piuttosto che in una Corporate dove magari per fare un lavoro ci sono più persone con un certo overlap di competenza.

Purtroppo, per quella che è stata la mia esperienza l’Università non ti forma realmente per quelle che sono le reali esigenze richieste dal mondo del lavoro, oltre ad essere troppo teorica e poco concreta.

Io, infatti, determinate competenze le ho acquisite approfondendo fuori dai banchi universitari, cioè a casa comprando libri sugli argomenti su cui volevo specializzarmi (per i mobile developer alle prime armi, e non solo, consiglio la collana spettacolare “Sams teach yourself”, mi ringraziate poi!).

Perdonami Mirko se mi prendo qualche altra riga, ma ho molto a cuore la questione e ritengo che sia estremamente necessaria una radicale riforma delle Università, se intendiamo formare una classe manageriale più preparata e competente sin dai primi anni lavorativi. È un campanello d’allarme che nel mio piccolo suono volentieri per il bene del nostro Paese.”

Mirko: “Che aggettivo useresti per descriverti al meglio? E perché?

Gerardo: “Curiosa questa domanda, specialmente se penso che ho fatto proprio questa richiesta recentemente alle persone che mi seguono.

Ti dico quello che hanno scritto loro su di me, gli aggettivi più usati:

  • Intraprendente
  • Competente/Preparato
  • Preciso
  • Umile
  • Simpatico/Gentile
  • Appassionato
  • Pragmatico/Focalizzato
  • Creativo
  • Professionale

E, infine, “umano”, questa la includo perché mi fa sorridere, mi ricorda ovviamente la famosa citazione del ragionier Fantozzi! 😀

Senza voler peccare di presunzione, mi ci rivedo in buona parte di questi aggettivi.”

Mirko: “Ricevi 10.000 euro da investire sul tuo personal branding. Su quale canale digitale o tradizionale l’investi?

Gerardo: “Come ben sai, da buon sperimentatore, non potrei dirti un canale nello specifico, bensì coglierei la possibilità data dal budget proprio per testare vari canali e verificare il grado di crescita e coinvolgimento di chi mi segue.

Oltre agli “immancabili” (ovviamente termine da prendere con le pinze) profili Instagram e LinkedIn, alla mia newsletter e al canale Telegram (di fatto l’ho aperto da poco!) testerei sicuramente, magari proprio in questo ordine, un canale YouTube, un profilo TikTok,  un podcast, un canale Twitch, oltre magari a qualche altra piattaforma emergente che consente di fidelizzare la propria community (es. Mighty Networks).

Il budget lo userei per tool e collaboratori che possano migliorare la fase di content creation, oltre al traffico a pagamento e infine incentivare partnership e joint venture su varie aree.”

Mirko: “Qual è, oggi, la più grande minaccia professionale per chi si occupa di marketing?

Gerardo: “L’ignoranza dei potenziali clienti che fanno fatica a comprendere il reale significato di growth management (ormai ho perso speranza per il termine growth hacking e cerco infatti di adoperarlo di meno) o che credono di poter ottenere risultati subito.

Lato “concorrenza”, tutti colori che si spacciano per growth hacker/manager e invece fanno tutt’altro o non hanno competenze per portare valore reale ai propri assistiti, con il rischio di “sputtanare” l’intero settore agli occhi di quei clienti.

D’altronde, questo però vale per qualsiasi area professionale.”

Mirko: “Ricevi l’annuncio di chiusura da parte di tutti i servizi digitali che di solito utilizzi (tool, blog di terze parti, piattaforme, web apps, social network, etc.). Hai a disposizione un solo salvataggio. Cosa scegli e perché?

Gerardo: “Senza ombra di dubbio ti dico la mailing list, si tratta del nostro traffico proprietario (Russell Brunson direbbe “your owned traffic”, appunto). Possiamo veicolare quelle persone su qualsiasi piattaforma vogliamo utilizzare.

A proposito, quante volte abbiamo sentito dire che l’email marketing è morto? Eppure è ancora lì, vivo e vegeto! :)”

Mirko: “C’è qualcosa che proprio non ti piace del mondo digitale, in particolare del settore delle startup digitali? Se sì, cosa?

Gerardo: “I perditempo e gli improvvisati che pensano che “fare startup” sia un gioco divertente come il monopoli.

I giovanissimi che si fingono super imprenditori milionari e poi non sanno neanche che “Qual è” si scrive così, senza apostrofo.

I super guru che millantano qualsiasi successo interplanetario per poi essere smascherati dal buon Germano Milite, esperto di inchieste su digital e startup (ce ne fossero più professionisti come lui).

Direi che può bastare!”

Mirko: “Qual è stata, secondo te, l’innovazione che ha contribuito più significativamente all’evoluzione del digitale lasciando fuori quelle più scontate come i computer, gli smartphone e internet?

Gerardo: “Se me lo consenti te ne dico 2.

Le varie piattaforme di gestione dei contenuti multimediali, meglio conosciute come CMS, tra cui il più popolare WordPress, che di fatto ha dato il via al Web 2.0 e ha consentito a milioni di semplici “spettatori” di Internet di diventare loro stessi protagonisti con la creazione di un blog o lo sviluppo di un sito web senza dover per forza conoscere in maniera avanzati i linguaggi di programmazione. Con questa introduzione si è passati da un paradigma “one-to-many” a uno più pop e meritocratico “many-to-many”.

L’altra voce rivoluzionaria è stato indubbiamente l’avvento dei social network, ora nominati più frequentemente come social media, essendo diventati dei vari canali media, come lo erano un tempo solo tv e radio, per persone e aziende.

I social media hanno tirato una linea di demarcazione tra un’era in cui solo le big company e coloro che avevano budget significativi potevano andare broadcast sui canali tradizionali e il momento in cui chiunque, davvero chiunque, ha potuto mostrare le proprie competenze, i propri prodotti e servizi a una platea praticamente infinita. Da quel punto in poi il marketing è diventato almeno per il 50% social media marketing.”

Mirko: “Io, tu, Gaito, Barboni, Aliotta e tanti altri investiamo il nostro tempo e le nostre risorse per migliorare, semplificare e divulgare il Growth Hacking in Italia, e non solo. Oggi come vedi la situazione rispetto a quando hai iniziato a trattare questo argomento?

Gerardo: “Attualmente ci sono tante risorse in inglese, ma anche in italiano, grazie proprio alle persone che hai menzionato, che trattano degli argomenti affini al growth hacking.

Bisogna continuare a spingere e creare contenuti per fare in modo che sempre più aziende inizino ad adottare mentalità, approcci e processi contemplati da questa metodologia.

È stato fatto un bel lavoro di divulgazione, ma c’è ancora molto da fare, non si cambia una certa cultura aziendale profondamente radicata e obsoleta in pochi anni.

Preferisco Growth o Growth Marketing, ma in ogni caso direi che rispetto all’inizio c’è molta più curiosità e nel giro digital si è piuttosto diffuso.

La cosa che stupisce è che, invece, basta mettere un piede fuori dalla nostra bolla per vedere che c’è ancora tantissimo da fare!”

Mirko: “Come Growth Marketing manager di LVenture quali sono le sfide che quotidianamente ti trovi ad affrontare?

Gerardo: “Innanzitutto tenere il focus sul valore generato e percepito dal segmento di clientela principale, spesso ci si imbatte troppo in tecnicismi e tattiche per alimentazione l’acquisizione di nuovi utenti e clienti, e poco su quali “job” stiamo realmente contribuendo a risolvere al nostro utente.

Ce ne sono davvero tante altre di sfide da dover affrontare, tra cui:

  • un corretto sistema di misurazione delle metriche e delle attività svolte evitando di sovraccaricare la dashboard di riferimento con dati poco utili rispetto ad altri;
  • mantenere il focus su una fase alla volta, è impensabile poter lavorare bene contemporaneamente su più fronti, a meno che non si abbiano più team di crescita dedicati come potrebbe accadere in grandi corporate;
  • non sovraccaricare lo sprint con troppi esperimenti che implicano un decremento della qualità del lavoro svolto e dall’altra parte il rischio che un test e le sue attività correlate vadano a influenzare un altro test svolto in parallelo.
  • saper mettere in pausa ciclicamente le attività operative per poter dedicare del tempo tutti insieme per l’analisi dei risultati ottenuti, lo scambio di feedback e informazioni, e infine ripianificare e ricalibrare il tiro.”

Mirko: “Sei tra l’ideatore e l’organizzatore del più grande evento italiano di Growth Hacking. Credo che questo ti abbia offerto la possibilità di avere un punto di vista privilegiato sull’evoluzioni di questa metodologia, collaborando e confrontandoti con professionisti di tutto il mondo. Da quello che vedo e sento, c’è una forte richiesta di professionisti specializzati in questo ambito, non solo nel mondo startup, ma anche in aziende multinazionali che finalmente hanno compreso che occorre innovare. Dall’altra parte, però, noto una mancanza di figure disponibili e realmente preparate su questa metodologia. Tu come vedi questa situazione?

Gerardo: “Come detto in una risposta precedente, in Italia c’è ancora molto lavoro da fare in termini di divulgazione e formazione di un segmento specifico di professionisti verticali sul growth management.

All’estero, ma restando pure in Europa, il trend è già in uno stato più avanzato, ci sono molte più richieste da parte di aziende e molte persone più preparate, parlo quantomeno in Francia, Germania e Catalogna, oltre alla zona londinese che si sa essere ormai da tempo un punto nevralgico di startup e innovazione.

Questo è semplicemente dovuto ad una maggior consapevolezza nell’ambiente sia da parte delle aziende che dei diretti interessati.

Sono però fiducioso che si tratti solo di una questione di tempo e di iniziative che verranno proposte prossimamente.

Io in primis cercherò di fare la mia parte.”

Mirko: “Un’ultimissima domanda a chiusura di questa intervista. Molte volte sono stato tradito dalla fiducia che avevo riposto nelle persone, soprattutto colleghi. In base alle tue esperienze, ci può essere un rapporto sincero tra due professionisti che si occupano della stessa materia? Se sì, quale consiglio ti senti di dare?

Gerardo: “In linea generale ti direi di sì, ma ciò dipende soprattutto dalla mentalità di ogni singola persona.

Per come sono fatto io, cerco sempre di vedere nell’altro, in questo caso un professionista che si occupa di tematiche identiche alle mie, un potenziale partner per collaborazioni varie e per progetti in joint venture.

Certo, poi ci sono anche i furbetti “doppio-giochisti” ma questo vale in qualsiasi settore. A tal proposito, mi viene in mente un semplice consiglio dello zio Monty: “fidati ma verifica”.”

Mirko: “Grazie mille per le tue risposte Gerardo, le ho apprezzate e credo che le apprezzeranno anche i miei lettori.”

E grazie a te, lettore per essere arrivato fin qui.

A presto,

Mirko.

© Mirko Maiorano

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